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Di Antonello Radicchi

“…c’è così tanto superfluo in equitazione da poter saturare l’ego di molti.”

Tutto è in più, tutto è oltre, inutile e dannoso. C’è una enorme differenza tra montare con imboccatura e senza. Montare senza imboccatura ti conduce passo passo alla comprensione di un’equitazione essenziale, moderata nei modi, confacente nella comunicazione. L’accettare non è rilevante, non ci sono disagi creati da un arnese che si muove, preme e causa dolori in parti estremamente sensibili. La sottomissione non è richiesta. La masticazione o il movimento della lingua non crea intermittenza e spostamenti di punti di contatto e, dove il movimento articolare della mandibola o la semplice deglutizione viene spesso impedita da capezzine serrate, si hanno disagi cosi intensi dei quali vorrei evitare anche solo di parlarne, facendo rientrare il tutto in un tipo di equitazione arcaica che non trova più il senso di esistere.

La prima regola della stabilità non imposta trova il suo equilibrio nel confort. Nello star bene. La sua diretta attrattiva sfocia nella collaborazione, gratificata dal senso di appartenenza, trovando uno scopo reale nell’interazione uomo-cavallo, direttamente proporzionale all’abilità del cavaliere nel fornire una destinazione comunicativa concreta ed efficace. Il riuscire a far vedere al cavallo una nostra volontà e condividerne lo scopo, sarà per il cavallo motivo di appagamento tanto più il fine sarà raggiunto in armonia di intenti. Questi sono gli unici mezzi a disposizione del cavaliere che monta con una semplice capezza. Naturalmente parliamo sempre dell’equitazione del fare. Lo star bene in posizioni complesse, come per esempio riunioni, estensioni, piaffè, appoggiata… richiede, oltre alla percezione dell’intento da parte del cavallo, una condizione di ginnastica atta alla formazione di sinergie tali, che permettano al cavallo di potersi portare da solo.

La creazione e lo sviluppo di tali basi richiedono chiaramente da parte del cavaliere la conoscenza profonda di nozioni bio-meccaniche, che lo aiutino a comprendere le esigenze funzionali di quel singolo soggetto. Tale “ginnastica”, sarà sede chiara di comunicazione efficiente in quanto solo attraverso la progressione e lo sviluppo di una comunicazione intenzionale si potrà toccarne le reali potenzialità.

Più semplicemente, qualunque richiesta, affinché possa essere attuata, richiede un determinato grado di comprensione attuativa. Ancora più semplice… non si può obbligare il cavallo a fare tramite il “disagio”. Purtroppo, qui mi farò molti nemici; l’equitazione “tradizionale”, si basa, nelle migliori ipotesi, sul grado di disagio inflitto. Questo chiaramente se si accetta la condizione scientificamente provata che, una imboccatura anche quando inattiva provoca disagio. Cioè il semplice fatto di metterla, senza usarla, crea disagio. In realtà le parole usate dalla comunità scientifica non è proprio disagio, ma non posso farmi troppi nemici. Quindi rientrando nei fatti, il dolore è parte integrante dell’addestramento. Ora l’idea si può accettare con più o meno indignazione (io stesso monto con imboccatura… cioè a volte… raramente… quasi mai), ma questi sono i fatti basati sul sentire del cavallo. Pressione sull’imboccatura = dolore = difesa. Anche qui non bisogna considerare la difesa come un atto estremo, o perlomeno non sempre. Una eccessiva masticazione è una difesa ad esempio, senza parlare di sottrazione, cavallo che non avanza…

Quando il cavaliere è bravo, si vedono cavalli che eseguono lavori notevoli e degni di nota. Anche in questo caso, il tipo di interazione è sempre basato sulla capacità del cavaliere di saper dosare il grado di disagio e sulla capacità del cavallo di accettare tale situazione come fase di miglioramento di stato. Cioè capacità del cavaliere di comprendere il momento esatto nel rilasciare pressione, ed associazione conseguente del cavallo ad uno stato più confortevole nella risposta. Più semplicemente, la capacità di creare un circolo comunicativo basato sulle pressioni e sul loro rilasciò nei tempi corretti. Questa è già una bella equitazione. Rara ma possibile. Laddove invece non vengono considerati tali tempi ma ci aggrappiamo soltanto al cavallo infliggendo dolore non comunicativo e quindi nessuna scelta, questa è equitazione arcaica, coercitiva, insensata. La più frequente. Ne esistono abbondanti esempi in tutti i campi ed in tutte le discipline. Questo chiaramente spesso esula dalla volontà del cavaliere, più spesso legata alla necessità di legarsi ad un modus operandi dato per unico e univoco.

Montare in capezza, e quando dico in capezza intendo una semplice capezzina lenta ed imbottita, è un altro modo di fare equitazione. Non si può basare la comunicazione o l’abilità di far fare sulle condizioni sopra preposte in quanto il disagio che si andrebbe a creare tramite le pressioni sarebbe davvero esile di facile opposizione per il cavallo. Per semplicità di opposizione si intende la concreta possibilità di strapparti le redini di mano, scappare senza alcun controllo, o altre belle cose che sono sicuro riuscirete ad immaginare. L’ampliare il concetto che il cavallo non cerca opposizioni o difese ma propende alla collaborazione esplicita ne sarà il punto di forza. Questo ci riporta al concetto di una equitazione essenziale. Essenziale sia nella forma che nello scopo. Il raggiungimento di obbiettivi tramite e solo una condivisione di intenti. Del resto la condizione in cui cavalli montati in capezza raggiungano obbiettivi molto “alti” ne è la prova. Prova che in futuro sarà sempre meno fenomenistica. La complessità risiede nel cambiamento. La semplicità nella sua attuazione. Se si comprende la tecnica montare in capezza è molto più semplice. Semplicità elargita in primo luogo dal cavallo. Chiaramente a patto che si faccia lo sforzo di non restare in concetti tradizionalistici che andrebbero ad occupare uno spazio troppo ampio per lasciare posto a condizioni che vadano realmente verso il cavallo. Ciò che noi vediamo, che abbiamo visto e sul quale si basa il nostro concetto di equitazione, deriva spesso dal fatto che siamo abutuati a pensare l’equitazione così, con morso speroni ecc. questa è una cultura visiva che ci è stata imposta e ben radicata. Difficile da cambiare ma, non impossibile se apriamo la nostra mente a nuove possibilità. Uno di queste possibilità concrete, è che si può fare, fare bene, per qualsiasi disciplina, su qualsiasi cavallo. Resta fuori “per qualsiasi cavaliere”, ed è questa in ultima analisi la cosa verso la quale penderà l’ago della bilancia. È anche una grossa responsabilità che ricade pienamente sull’essere umano, responsabilità sulla quale siamo tutti chiamati a prenderne coscienza. Una cessione praticata sull’imboccatura non potrà avere mai le stesse caratteristiche di quella fatta in capezza. Così come la richiesta, che dovrà partire da concetti molto diversi. L’unica strada possibile risiede nello studio e nella applicazione della comunicazione intenzionale. La comunicazione intenzionale è sicuramente una delle più belle teorie applicate della scuola del FEEL, ed ha un riscontro pratico con capacità infinite. Un piccolo accenno per comprendere su cosa si basi tale teoria risiede nella capacità Uomo-cavallo di comprendere, premiare e collaborare sulla intenzione del fare che precede il fare stesso. Non è fantascienza, ma la concretezza del FEEL. Potremmo dire che la maggior parte dei sacrifici da parte degli istruttori sono indirizzati nel comprendere, attuare e padroneggiare tale tecnica su più cavalli. Condizione operante indispensabile per tutti i nostri istruttori richiesta fino dal primo livello. È un po’ il nostro certificato di garanzia, in quanto, un istruttore capace di applicare tale tecnica è sicuramente una persona in grado di trasmettere molte cose che vanno verso una comunicazione reale con il cavallo.

La conclusione non deve e non vuole risiedere nel demonizzare coloro che praticano un’equitazione più “tradizionale”, non in critiche, non in sentenze, ma piuttosto sul percorrere strade coerenti, esplicite e formative che lascino sempre aperto un confronto costruttivo. Troppo facile sarebbe puntare il dito, non esistono colpe o colpevoli, ma solo esperienze da condividere. Questa è la mia. Questa l’esperienza e la testimonianza del FEEL.

Antonello Radicchi.

Antonello Radicchi

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